Recensione Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip Dick

XXI secolo. L’umanità ha colonizzato il Sistema Solare e si è stabilita su ogni pianeta o satellite abitabile. Ma la vita fuori dalla Terra è dura e tutt’altro che piacevole. Per questo Leo Bulero fa grossi affari vendendo ai coloni marziani l’illusione di essere ancora “a casa”, grazie ai plastici della bambola Perky Pat. Certo, non bastano mobili e accessori in miniatura: perché l’effetto sia completo serve anche il Can-D, una droga se non legale quanto meno tollerata.

Bulero non è l’unico imprenditore a cercare di guadagnare sfruttando la nostalgia della Terra: ancora più spregiudicato di lui è Palmer Eldritch, che si reca fino a Proxima Centauri in cerca di nuove ricchezze da commerciare. Ma non è più lo stesso quando, dopo dieci anni, torna sulla Terra e mette sul mercato il Chew-Z, che consente esperienze molto più potenti del Can-D.

Chi è davvero Palmer Eldritch? Un avventuriero avido di denaro? Un ricco industriale dall’inquietante aspetto di cyborg? Un’entità aliena determinata a prendere il controllo della Terra? Una divinità incarnata in ogni viaggio mentale? O qualcosa di ancora più misterioso?

RECENSIONE

Sicuramente “Le tre stimmate di Palmer Eldritch “scritto da Philip Dick nel 1964, anno tra i più fecondi della sua carriera, rappresenta uno dei vertici della magmatica e inarrestabile creatività dell’autore.


Qui è particolarmente distopica l’ambientazione: il mondo circostante è ormai invivibile, la Terra soffocata da una temperatura che la rende invivibile e bombardata da un sole assassino, ma anche Marte appare come uno sterile deserto rosso abitato da esseri umani stravolti rinchiusi nei loro tuguri e costretti, quasi condannati, ad adattarsi a un simile ambiente impossibile.


E l’esistenza delle persone non appare meno devastata. Domina un oscuro sentimento di sconfitta. Unica via d’uscita la droga. In questo inferno capitalista, dominato dagli affaristi, dalla speculazione, dalla trasformazione dei cittadini in clienti, si fronteggiano due forze, entrambe maligne: da un lato Palmer Eldritch, quasi un cyborg, con gli occhi artificiali, un braccio meccanico, i denti metallici, il quale porta da sistema di Proxima una nuova sostanza allucinogena, il Chew-Z che vuole imporre sul mercato ai danni dell’altro capitalista spietato Leo Bulero giù monopolista di un’altra droga il Can-D che ha l’effetto di immedesimare coloro che lo assumono con due personaggi di finzione, due bambolotti in un plastico che possono vivere la vita spensierata di una coppia ricca e felice in un ambiente idilliaco.


In questo contesto il protagonista Barney Mayerson, prima aiutante di Bulero, poi per un ricatto, restio collaboratore di Palmer Eldritch, viene scaraventato su Marte e resta preso dall’effetto del Chew-Z che tra l’altro deforma completamente l’assetto temporale dell’esistenza e rende alla fine del tutto incapaci di distinguere la realtà dalla finzione.
A questa ossatura narrativa vanno associati molti materiali di contorno, le avventure sessuali di Barney, le terapie di espansione chimica del cervello per realizzare esseri umani super intelligenti, la capacità di Palmer Eldritch di assumere qualsiasi forma, i poteri pre cognitivi di Barney ma soprattutto l’afflato mistico che domina tutta la parte finale del romanzo.

Palmer Eldritch infatti finisce per assumere, e non è chiaro se si tratti di ironia o di persuasione, tutte le forme, è capace di occupare ogni luogo, di muoversi liberamente nello spazio e nel tempo assumendo la natura di uno spirito santo capitalistico, che vende una merce di cui non si può fare a meno a degli esseri umani ormai privati di qualsiasi capacità di raziocinio, incapaci di difendersi in questa lotta tra le forze del capitalismo in cui le persone non sono altro che una nuova merce di scarto in un processo consumistico che, da sempre, è uno dei bersagli della narrativa dickiana.


Le tre stimmate di Palmer Eldritch come le chiama l’autore, la mano morta, artificiale, gli occhi a fessura, la mascella deforme, ci suggeriscono infatti una sua beatificazione. Parlando proprio della “cosa” Palmer Eldritch, che non è più solo umano, due personaggi affermano:
“Quella cosa ha un nome che riconoscereste se lo pronunciassi. Anche se non userebbe mai qual nome per sé. Siamo noi ad averla chiamata così. Per esperienza, a distanza, nell’arco di migliaia di anni. Ma prima o poi dovevamo trovarcela davanti. Senza la distanza. O gli anni.
Ti riferisci a Dio?
Non gli parve indispensabile rispondere, tranne che con un leggero cenno del capo.”
Difficile immaginare una conclusione più impegnativa di questa.

STEFANO ZAMPIERI

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